25 Dicembre 2006

Il pensiero debole...

Laboratorio di scrittura della Storia. Elaborato
Testi di riferimento:
Prefazione e Và pensiero. Debolezza e indeterminazione nel Pensiero debole in:Carlo Augusto Viano, VA’ PENSIERO Il carattere della filosofia italiana contemporanea, 1985, Einaudi, Torino.
L’idea di giustizia in:
Salvatore Veca, LA PENULTIMA PAROLA E ALTRI ENIGMI Questioni di filosofia, 2001, Laterza, Bari.

A mio parere, senza un solido e nutrito background filosofico alle spalle, sono ben poche le cose comprensibili dei testi di Carlo Augusto Viano e di Salvatore Veca. Tra i vari Heidegger, Nietzsche, Hegel, Wittgenstein, Marx, Berkeley, Porfirio, Aristotele, Gadamer, Platone, Voltaire, Hume, ed eccelsi altri nomi, tra dialettica, differenza, ermeneutica, semiosi, semiologia, immaginazioni occasionali, speculazioni etimologiche, strutturalismi, metafisica, e molteplici ulteriori strumenti e concetti filosofici, si resta sgomenti.
Alla prima lettura si rimane sepolti dalla valanga di “sapere filosofico” che gli autori ci riversano addosso, si resta intontiti dal numero dei nomi e dalla magnificenza degli strumenti di pensiero. Nomi che distraggono, strumenti che sviano. Il significato vero dell’argomentare si perde.
Ci perdiamo in questo mare magnum ed ecco che pensiamo che Viano e Veca sono molto preparati, molto colti, molto bravi; forse perché non ci hanno fatto capire nulla!
Ma il primo sbigottimento è, appunto, soltanto la reazione del primo momento, poi si può trovare l’energia per fuggire urlando da questa prolusione filosofica o per cercare di estrarne il significato ultimo. Estrarre, come in miniera: Affrontare il minerale, spezzarlo, eliminare tutto l’inutile, ottenere, da una massa enorme, pochi grammi di preziosa risulta.
Compiuta questa faticosa opera di discernimento, questa cernita, i preziosi concetti appaiono più o meno limpidi (ma forse a questo punto bisognerebbe distillarli!).
Capiamo allora che Viano critica i sostenitori del “Pensiero debole”, i quali si rifiutano di creare formalmente una scuola (elemento proprio di un pensiero troppo forte, per loro) ma che sono chiaramente in qualche forma aggregati; i saggi di Vattimo, Rovatti, Eco, Carchia, Dal Lago, Ferraris, Amoroso, Marconi, Comolli, Costa e Crespi seguono palesemente un filo conduttore comune. Questo gruppo di “flebili” (così li chiama l’autore) vorrebbe convincerci di aver indebolito i classici strumenti della metafisica, di aver annullato questa forma di sapere così abusata. Il pensiero debole è il risultato dei discorsi italiani e francesi sulla crisi della ragione e i suoi filosofi sono profughi che lasciano le case avite della razionalità e delle teorie totalizzanti cospargendosi il capo di cenere; essi ripudiano le teorie forti e tutti i sistemi di pensiero che danno risposte assolute, consapevoli che l’epoca dell’eurocentrismo è tramontata (consapevolezza non condivisa da tutti, bisogna dire). Ma ecco che l’indeterminazione diventa giustificazione per l’assenza di rigorosità, l’indebolimento di qualsiasi principio forte appare necessario alla libertà dell’uomo, la metafisica ricompare trasfigurata eppure ben riconoscibile! Viano concede ai “flebili” tutta la sua disapprovazione: essi indeboliscono antiche teorie e mezzi per poter continuare ad usarli, affermano l’indeterminazione e la libertà, indicando la loro via come l’unica atta a raggiungere la verità. Una pretesa alquanto forte, per i sostenitori del pensiero debole.
Veca non appartiene al gruppo di “flebili” di cui Viano critica gli scritti, ma palesa una certa affinità con essi; prolisso e ripetitivo (a mio dire), spende sessanta pagine per decidere quale debba essere l’idea di Giustizia. Forse il saggio è dedicato a pari suoi e io sono troppo ignorante per comprenderlo, o forse è lui ad essere proprio ridondante, fatto stà che la domanda “cosa è dovuto agli uomini?” compare più volte e sempre alla fine del ragionamento intrapreso per rispondere alla sua precedente manifestazione. Che siano agenti o pazienti morali, le persone sono sempre private di qualche cosa, sono vittime di ingiustizia per mancata possibilità di esercitare le proprie capacità (agenti) o per mancata assegnazione di diritti dovuti (pazienti). Resta da stabilire quali siano tali capacità e tali diritti e quindi quale sia il criterio che li stabilisce. Appare ovvio (ma forse sono troppo ingenuo) che questo criterio varia da cultura a cultura, che dipende dalle convenzioni delle varie società, mentre per Veca non è così palese: spende pagine e pagine in argomentazioni per dimostrare che ogni società ha suoi parametri per decidere cosa è sbagliato e cosa è giusto.
Sorge spontanea una domanda: se il testo è rivolto a persone con una cultura pari a quella dell’autore, che bisogno c’è di perdersi in tante dimostrazioni? Se invece il saggio è rivolto “all’uomo della strada”, come potrà egli capirlo?
Chiuso l’inciso, torniamo al testo. La conclusione appare quantomeno curiosa: Nel mondo, tutti hanno diritto di vivere in condizioni decenti (secondo i canoni occidentali?) seguendo le proprie tradizioni e idee, ma osservando anche la nostra concezione di Giustizia! Chiedo perdono, qui mi sono sentito stupido: forse in sessanta e più pagine ho perso il filo, forse Veca mi appare contraddittorio quando non lo è o forse voleva proprio affermare, dopo un saggio sul dovere al rispetto di tutto e tutti, che la concezione occidentale della giustizia minima va estesa a tutto il globo?
Forse ai filosofi piace essere oscuri, o forse sono troppo ignorante per capirli, ma a me è parso di intravedere la volontà di essere complicati, quasi un compiacersi dell’essere impuri quanto un minerale grezzo; mi è parso di vedere l’amore per la retorica e per la logica e contemporaneamente un disprezzo verso di essi, sempre che non fossero solo retorica estrema e logica distorta.
Forse la mia forma mentis confligge con la filosofia, o forse la filosofia, purtroppo, confligge con il mondo d’oggi.
Sono figlio del mio tempo, perdonatemi.

4 commenti

  • Gabrigiaco

    non è la filosofia..

    è un modo di fare filosofia.. "la dialettica mistificata fu moda tedesca", amava riportare Popper, di Marx.. e probabilmente fu moda anche italiana..
    Scritto il: 25/03/2007 23:18:39
  • Shef1

    i docenti

    I manuali universitari sono scritti da docenti universitari e tutti i docenti universitari sono dei fanatici del cazzo. Sono fondamentalmente dei narcisi arroganti che adorano crogiolarsi nella loro sete di sapere...Dante li avrebbe messi all'inferno!!
    Scritto il: 30/12/2006 21:22:39
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